Autostima in 7 mosse?

specchioUn titolo ironico che vuole sfidare la moda del momento, seguita da molti post che promettono in elenchi numerati di tutto e di più! Ma l’autostima non si conta, si espande, come un pallone ad elio che libra in aria, senza esagerare per non scoppiare delle proprie “arie”. Ma come si può lavorare sulla propria autostima?

Autostima e fiducia in sé stessi sono due concetti legati, uno specchio dell’altro. Un individuo non può dirsi realizzato fin tanto che non comprende il valore del proprio sé, e per compiere questo percorso è necessaria la conoscenza dei propri limiti e dei propri obiettivi. Certo, un karma difficile da sostenere è una dura prova e mette a dura prova la propria autostima, perché chi ha avuto un trascorso difficile, un rapporto con i genitori di tipo conflittuale o non sereno, ne porta addosso tutti i segnali. Chi ha subito violenze, sia fisiche che psicologiche, chi ha conosciuto troppo presto il dolore dell’abbandono, chi ha dovuto sottostare a condizioni di precarietà non dignitose, fa difficoltà ad avere autostima.

Per rispondere in modo superficiale alla domanda su come poter lavorare sulla propria autostima, diciamo blandamente che avere più fiducia in sé stessi significa imparare ad accettarsi per come si è e non diventare qualcun altro, per assomigliare a chi – ai nostri occhi – sembra più realizzato. Questo è il desiderio, a volte l’invidiosa impazienza di lasciare questi abiti poco colorati per vestirne altri. Ma in realtà, possiamo scoprire che anche i nostri, di abiti, sono in realtà colorati, solo un po’ sbiaditi.

Semplice da capire, quanto difficile da attuare, tutto questo rappresenta il modo per avere una maggiore autostima e compiere una vera e propria parabola di crescita.

Ma quali muri abbattere per riscoprire se stessi sotto la coltre delle brutte abitudini?


Cerchiamo di scardinare alcuni preconcetti: spesso ci dimentichiamo di un principio molto importante, la reciprocità. Quando ti chiedi perché qualcun altro non fa ciò che ti aspetti, alla domanda aggiungine anche un’altra, ‘ma io come mi comporto, cosa faccio?’ Cerco le persone, mi rendo partecipe nelle loro vite, sono curioso di sapere, conoscere, capire?

Molto spesso il problema ce lo creiamo senza che esso esista realmente. Vittime di un pensiero, ovvero di essere poco fondamentali, ci ritagliamo uno spazio all’angoletto, dove abbiamo deciso di stare noi, perché nessuno ci ha relegati lì.

La timidezza fa parte di un modo di viversi limitante e limitato dal nostro pregiudizio di essere carenti, lacunosi. Se partiamo con questo presupposto, le conseguenze non possono che essere la mutazione della nostra vera natura, che spesso muta anche in rapporto agli altri. Il punto è capire chi siamo e cosa realmente ci interessa, senza remarci contro. Dall’aspirazione ad essere ciò che non siamo e che non ci viene spontaneo essere, nasce l’intoppo e il conflitto. Sarebbe meglio accettare semplicemente che se delle cose non le facciamo o vogliamo è perché semplicemente non ci interessano!

Stesso dicasi nel caso in cui ambiamo ad ottenere cose che non vogliamo veramente, ma che vedendole possedute da altri, ne vogliamo gustare il sapore. Spesso è l’ansia dello status a fregarci! E quanto più ce le vediamo negate, tanto più ci fissiamo che siano così tanto fondamentali. Una volta stabilito chi siamo e cosa davvero ci interessa, non ci resta che asserire dei bisogni più reali e confacenti alla nostra personalità. Se non ci interessa un argomento, un luogo, un modo di fare, non dobbiamo sentirci in colpa di nulla, cercare di assomigliare agli altri del gruppo per aderire e sentirci presenti. Proviamo invece ad avvicinarci a cose e a persone che sentiamo realmente affini, e non di imitare atteggiamenti altrui.

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