Proprio sopra di me
Ecco. Finalmente è buio. Nella casa galleggiante hanno spento le luci ed io sguscio fuori dall’amaca per uscire a scrutare il cielo. Quasi subito mi raggiunge anche Marco, sapevo che non avrebbe resistito.
Il cielo è splendido: niente nuvole, niente luna; solo la cornice naturale della palude di Kaw e i suoi mille rumori, e l’aria umida che toglie un po’ di profondità alla volta stellata che, all’equatore, coglie un po’ di sorpresa. Un po’ la capisci e un po’ no.
Il grande carro è basso, verso nord, ed il suo lato inferiore ruota attorno alla polare, praticamente all’orizzonte dietro una nuvolaglia che la nasconde a tratti. Orione ha fatto capolino a ovest poco dopo in tramonto, poi è sparito. Dietro le mie spalle c’è un pezzo di via lattea, probabilmente il Sagittario, e stelle e costellazioni ignote a chi vive al di sopra della pancia del mondo.
E Planck? È facile saperlo. È mezzanotte e L2, la casa di Planck, è quasi sulla mia verticale, giusto una decina di gradi verso nord. Alzando gli occhi non si può non inquadrare il pezzo di cielo dove so che Planck e Herschel stanno camminando in fila indiana verso quel punto che sembra fatto apposta per mandarci i satelliti.
Lo so ma non ci credo ancora del tutto. Mi prende una certa vertigine a pensare che LFI, il nostro strumento con le sue antenne, le sue guide d’onda, i suoi amplificatori, che abbiamo visto prendere forma pezzo dopo pezzo, che ci ha fatto dannare con le sue bizze, che ci ha fatto esultare, ora è lassù a vedere un cielo al cospetto del quale quello di stasera è come un abbozzo di colore rispetto a un Van Gogh.
Però è lassù, e anche se non lo vedo so dove guardare per immaginarmelo. È lassù che dorme ancora, per poche settimane, prima che gli faremo suonare la sveglia. E a quel punto sarà bene che si svegli e si comporti come si deve.
Mi godo ancora un po’ le stelle, quelle al di sopra dell’orizzonte e quelle al di sotto, svolazzanti e lampeggianti sopra la palude, che mi ricordano un po’ le risaie vicino a casa mia quando ero piccolo, con la loro dotazione di lucciole, papaveri, fiordalisi e rane.
Poi stacco, col pensiero che dalla settimana prossima inizierà tutta un’altra musica; altro che rane e lucciole. È tempo di chiudere questo breve diario di lancio in cui mi sono permesso di indugiare in un po’ di intimismo e suggestione. Il prossimo diario è lì ancora da aprire, una fila di pagine bianche al termine delle quali ci attendono un paio di bottiglie di champagne da stappare a fine estate, quando LFI sarà diventato finalmente adulto, pronto a camminare da solo.
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